Lurkers: il nuovo fenomeno psicologico che sta cambiando il modo di stare sui social
- Andrea Zagato

- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 4 min
Ne parlo spesso in aula quando lavoro con i team aziendali sulla comunicazione, e lo vedo ogni giorno anche dai miei 150.000 follower: c'è un fenomeno che sta diventando enorme, ma di cui quasi nessuno parla apertamente.
Si chiama lurking. E chi lo pratica, i lurkers, sono persone che leggono tutto, seguono ogni conversazione, osservano i contenuti, ma non partecipano. Non commentano, non mettono like, non pubblicano nulla.
La cosa interessante non è che esistano: i lurkers ci sono sempre stati. La vera novità è il significato che questo comportamento sta assumendo oggi.
Non è timidezza. È qualcos'altro
Quando racconto questo fenomeno durante i miei corsi, la prima reazione è quasi sempre la stessa: "Saranno persone introverse, no?"
E qui devo fermare tutti.
Perché in realtà, dopo anni passati ad analizzare il comportamento delle persone, dal vivo e online, ho capito una cosa: il silenzio digitale di oggi non è più una questione di carattere. È una risposta psicologica a un sistema che chiede troppo.
Ti faccio un esempio concreto. Una manager che ho seguito qualche mese fa mi raccontava di aver smesso di pubblicare su LinkedIn da quasi un anno. Continuava a leggere tutto, ogni mattina, ma non scriveva più nulla. Quando le ho chiesto perché, mi ha risposto una cosa che mi è rimasta impressa: "Andrea, ogni volta che pubblicavo qualcosa, dopo passavo le ore successive a chiedermi cosa avrebbero pensato i colleghi, i capi, gli ex compagni di università. Era diventato esaurente."
Non era timidezza. Era autoprotezione.
I social di oggi chiedono una cosa diversa rispetto a dieci anni fa
Questo è il punto che cerco sempre di far capire alle aziende con cui lavoro, soprattutto quando affrontiamo il tema del personal branding interno.
I social non sono più quello che erano. All'inizio erano spazi di condivisione: pubblicavi una foto delle vacanze, un pensiero, una battuta. Oggi sono diventati piattaforme di performance permanente.
Ti chiedono di esserci sempre, mostrare risultati, essere visibile, essere riconoscibile, essere coerente con un'immagine. E lo fanno 24 ore su 24, in un meccanismo che monetizza l'attenzione, il confronto e la reattività emotiva.
In un contesto del genere, non esporsi smette di essere passività. Diventa una scelta. Una forma di regolazione interna.
Il giudizio è il vero motore di questo fenomeno
Qui voglio essere onesto: il tema dell'esposizione al giudizio degli altri è qualcosa che osservo da sempre, sia nei miei percorsi di coaching sia nelle mie lezioni all'università.
E ti dico una cosa che forse non ti aspetti: la paura del giudizio non è diminuita con i social. È aumentata in modo esponenziale.
Quando ero ragazzo, se dicevo qualcosa di stupido, lo sentivano tre persone al bar. Oggi se scrivi qualcosa di stupido lo vedono potenzialmente migliaia di persone, e resta lì, archiviato, recuperabile, screenshottabile.
Questo cambia tutto. Non solo a livello cognitivo, ma proprio a livello di sistema nervoso. Ho visto professionisti brillanti bloccarsi davanti a un post da scrivere come se dovessero parlare davanti a uno stadio.
E non sono fragili. Sono semplicemente persone che hanno capito, magari senza riuscire a dirselo, che ogni esposizione è un rischio relazionale concreto.
Stanchezza relazionale: il termine che dovremmo usare di più
C'è un'altra cosa che noto sempre più spesso, sia nei feedback che ricevo dai miei follower sia nelle conversazioni private con i partecipanti ai miei corsi.
Le persone sono stanche.
Stanche di rispondere ai messaggi. Stanche di reagire ai contenuti. Stanche di dover dire la propria su tutto. Stanche di sentirsi in dovere di partecipare.
Questa stanchezza non è pigrizia. È un segnale che il nostro cervello sociale ha dei limiti, e quei limiti li abbiamo superati abbondantemente. Il lurking, in questo senso, è una forma di risparmio energetico. Una specie di modalità a basso consumo che ci permette di restare connessi senza bruciarci.
Cosa significa davvero "esserci" oggi
Ed è qui che arriva la riflessione che mi sta più a cuore.
Stiamo entrando in un'epoca in cui molte persone non vogliono più essere viste in continuazione. Vogliono sentirsi connesse, sì, ma senza la pressione costante di doversi mostrare.
E questa, secondo me, non è una regressione. È una maturazione collettiva.
Per anni abbiamo confuso la presenza online con il valore personale. Più postavi, più valevi. Più ti mostravi, più contavi. Era un'equazione tossica, e finalmente sta iniziando a crollare.
I lurkers di oggi non sono utenti passivi. Sono persone che hanno scelto, magari senza neanche rendersene conto, di disinnescare un meccanismo che li stava consumando.
Cosa porto via da tutto questo
Dopo anni passati a parlare di comunicazione, linguaggio del corpo e relazioni, sia in aula sia online, ho una convinzione precisa: il valore di una persona non si misura da quanto è visibile, ma da quanto è presente quando decide di esserlo.
Se sei un lurker, non sei sbagliato. Stai semplicemente regolando la tua energia in un contesto che non rispetta i ritmi umani.
Se invece pubblichi tanto, va bene lo stesso, ma chiediti ogni tanto: lo sto facendo perché mi nutre o perché ho paura di sparire?
Entrambe le risposte sono legittime. L'importante è che siano consapevoli.
E forse è proprio questo il vero cambiamento di cui stiamo iniziando a vedere i primi segnali: non quanto stiamo sui social, ma come scegliamo di starci.




